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Riflessioni sulla precarietà socio-economica e costruzione di nuovi modelli relazionali:
cosa succede nella stanza d’analisi.
Considerando l’ambito della relazione analitica e il senso del lavoro psicoterapeutico, sappiamo bene di doverci muovere nella tela della complessità, le cui maglie – il concreto, il sogno, la gruppalità, l’individualità – si dispongono in modo incessante ed imprevedibile.
Il lavoro analitico si basa, di fondo, sul significato delle trasformazioni profonde che l’individuo comprende, esperisce e costruisce. In quanto analisti, non possiamo prescindere, perciò, non solo dalla consapevolezza di una complessità, ma anche dalla conoscenza, dalla presa d’atto delle possibili significazioni del nostro mondo culturale, sociale e politico, economico.
Le trasformazioni ed i cambiamenti della realtà rendono ineludibile la riflessione sul senso che questi cambiamenti comportano, e come pazienti, e come analisti. Luciano di Gregorio utilizza l’espressione di “Incertezza Globale”, intendendo con questa locuzione l’intero mare di precarietà nel quale siamo immersi. La nostra società sta cambiando in modo vorticoso i suoi ritmi, e differenti sono i punti di riferimento, gli equilibri sempre più instabili. Tutto si muove velocemente, il ritmo è accelleratissimo, il discontinuo è la normalità. Mi sembra evidente che tali cambiamenti – poco importa ora capire se per causa o per effetto – trovano inevitabile rispecchiamento nei rapporti interpersonali, di qualsiasi natura, da quelli professionali, a quelli amicali, a quelli sentimentali.
E come non riscontrare tali cambiamenti anche nella relazione analitica?
Di Gregorio si interroga coraggiosamente sul significato che assumono le regole e la gestione del setting in questa prospettiva nuova. Con Di Gregorio, ci domandiamo se “le trasformazioni che il paziente ha con le regole dell’analisi, con le modalità dell’incontro, non sia dovuta in buona parte alle trasformazioni sociali, all’idea della variabilità e della precarietà di tutto quello che ci sta intorno [Di Gregorio], di quella che viene appunto definita “incertezza globale”.
Sono spesso i pazienti a voler ricontrattualizzare le regole, discutendo sul pagamento di sedute saltate per vacanze programmate, o richiedendo la riduzione o l’aumento del numero delle sedute a seconda del momento, o ancora proponendo setting nuovi e rivoluzionari. Porto l’esempio di molti pazienti, che trasferitisi all’estero per morivi lavorativi, continuano la loro terapia presentemente iniziata, con una frequenza diversa delle sedute (per esempio quattro sedute, concentrate in due giornate al mese).
Possiamo spiegare o ipotizzare (o giudicare) questi nuovi setting come poco ortodossi e potremmo continuare ad interpretare tali richieste del paziente come difese, tentativi di attacco alla relazione analitica, agiti di fatto, ritengo non sia sufficiente. Ritengo invece che in quanto analisti siamo a chiamati a valutare e considerare con estrema attenzione l’esigenza che il paziente esprime: non solo in termini concertistici che porta ad una riformulazione di fatto del setting, quanto in termini dell’esigenza profonda del modo di esserci che il paziente propone, nella stanza d’analisi, così come nel mondo.
Allora diventa inevitabile “rinegoziare gli aspetti formali del rapporto analitico col paziente”, tenendo conto proprio di quei “concetti di precarietà e flessibilità” che ne sono parte integrante,
Se ci soffermiamo per un momento al mondo dell’arte, come espressione di sé dell’umanità, da sempre e nelle arti figurative in particolare, lo spazio dell’opera è metafora dello spazio mentale, nel quale si configurano sofferenze e bisogno, crescita e vita. In questi ultimi decenni, però, i richiami dell’arte moderna alla spazialità vengono esplicitati con forza e decisione : si percepisce la necessità di ridefinizione continua degli spazi. Pensiamo al movimento chiamato “informale”: con questo termine, l’artista esprime la necessità di non poter essere contenuto, ritenuto e trattenuto da forme per potersi esprimere, e la natura dell’espressione stessa richiede flessibilità, elasticità, plasticità. O ancora, se pensiamo allo sviluppo dello “Spazialismo”, con artisti come Fontana,a d esempio, dove l’effetto ricercato va oltre la tela, non solo per i colori e le tonalità, ma con tagli o buchi prodotti nelle tele.
Viviamo in un mondo fatto di famiglie allargate, rotte e ricostruite altrimenti, un mondo di esistenze adolescenziali vissute da quarantenni, un mondo di relazioni interpersonali intercontinentali. Un mondo che offre grandi possibilità di scelta e di movimento, concettualmente e concretamente molto diverso da ciò che offriva solo pochi decenni fa.
Domandiamoci sull’importanza degli spazi, anche fisici, concreti, come il nostro corpo, domandiamoci sulle distanze che rendono possibile comunicare, come il World Wide Web. Domandiamoci sulla necessità che culture e tempo ci richiedono di esperire.
E’ proprio tra la poltrona dell’analista e quella del paziente che si snodano quelle distanze e quegli avvicinamenti del terreno sul quale si costruisce il lavoro analitico.
Bibliografia:
Di Gregorio L. “L’influenza del’incertezza globale sul setting analitico” (2005) Rivista Italiana di Gruppoanalisi, vol. XIX, n.2





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