anima della tecnica

In una lettera a Ferenczi, nel gennaio del 1928, Freud dichiara: “[…] le mie raccomandazioni sulla tecnica erano essenzialmente di natura negativa. Pensavo che la cosa più importante fosse sottolineare cosa non bisogna fare o indicare le tentazioni che potessero portare in direzioni contrarie all’analisi. Quasi tutto quello che di positivo si dovrebbe fare, l’ho lasciato al tatto”.
Sarà poi Ferenczi a soffermarsi e a ragionare sul concetto di tatto e rilevare – rivelare – l’importanza di questa specifica capacità dell’analista.
Trovo interessante che la questione del tatto venga affrontata in momenti successivi alla questione della tecnica: se ripercorriamo la cronologia dello scambio epistolare tra freud e ferenczi, infatti, la discussione sul tatto avviene verso la fine degli anni venti, dopo cioè circa un ventennio di intensi scambi.
Mi sembra interessante notare qui come lo splendido libro di Antonino ferro “Nella stanza d’analisi”, in cui si occupa di “fatti emotivi” – per usare una espressione dell’Autore, – è successivo ad un testo che si occupa, invece, de “La tecnica dell’analisi infantile”.
Allora, forse, è fisiologico occuparsi in tempi e in modi diversi di tatto – o di “fatti emotivi” – e dello studio della tecnica, come fossero livelli diversi, o gradi consecutivi di maturazione di un medesimo frutto.
Nella presentazione del libro di A. ferro, Eugenio Gaburri riesce a valorizzare questa “maturazione”: “la vera originalità di questa formulazione del metodo clinico, di teoria della tecnica, sta nello spostamento della funzione primaria dell’analista dall’interpretazione (ermeneutica, mutativa o degli oggetti interni) intesa principalmente come decodificazione di un significato latente, verso una disposizione a lasciarsi transitare dalle emozioni che si sviluppano nel campo a partire dagli enunciati del paziente. E’ da questa capacità di “lasciarsi transitare” dalle emozioni che impregnano il campo che si genera l’interpretazione come donazione di senso […]”.
Mi piace ricordare la definizione che ne dà Ferenczi: “Il tatto è capacità empatica, ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro. Corrisponde in altri termini al modo della comprensione analitica in cui si esprime la “bontà dell’analista”. In termini più specifici, rientrano, ad esempio, nel tatto, i tempi, i modi, le forme della comunicazione fatta al paziente dall’analista, la valutazione del materiale fornito dal paziente (ovvero la stima di quando si debba considerare sufficiente perché se ne possano trarre delle conseguenze), la modalità con cui si debba reagire alle reazioni inattese o stupefacenti del paziente, i tempi di stima del silenzio analitico (quando cioè occorra tacere per attendere ulteriori associazioni del paziente o quando, al contrario, osservare il silenzio costituisca un tormento inutile per il paziente).”
Mi sembra si possa pensare ad un’estensione di questo concetto, se riflettiamo sulle parole di P. Casement quando spiega che una fondamentale caratteristica dell’analista è quella di possedere una forma di “apertura verso l’alterità di chi si ha di fronte”: credo, pertanto, che il terapeuta non si limiti perciò ad una “identificazione empatica” con il paziente di qualcosa di cui ha avuto esperienza, ma si tratta di cogliere, accettare, promuovere ed utilizzare proprio ciò che del paziente è molto diverso e lontano da sé.
Il tatto, come concetto limite tra la personalità dell’analista e la tecnica che egli utilizza: il tatto è forse quell’ elemento di congiunzione che permetta all’una di esprimere l’altra. Il tatto come anima della tecnica.
Il tatto, all’interfaccia tra capacità e qualità propria dell’analista, si possa intendere proprio come quel motore che spinge il movimento dell’analista nell’utilizzo della tecnica. Il tatto come capacità, come qualità, ma soprattutto come intenzione esplorativa in un campo sconosciuto: la relazione con il paziente.